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Rapporto Istat 2018

Rapporto Istat 2018

Mag 25, 2018

Il Rapporto dell’Istat, giunto alla ventiseiesima edizione, offre ogni anno al Parlamento e ai cittadini una riflessione documentata sulla situazione del Paese, descrivendone le diverse realtà, e individuando rischi e opportunità per il futuro.

La situazione attuale: popolazione, economia, lavoro, benessere

Al 1° gennaio 2018 si stima che la popolazione residente ammonti a 60,5 milioni, con un’incidenza della popolazione straniera dell’8,4 per cento (5,6 milioni di persone). La popolazione totale diminuisce per il terzo anno consecutivo: quasi 100 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Le nascite, in particolare, sono in calo da nove anni: nel 2008 erano state 577 mila, nel 2017 sono state 464 mila, un nuovo minimo storico dopo quello dell’anno precedente. Per le donne, l’età media alla nascita del primo figlio, che era di 26 anni nel 1980, nel 2016 è di 31. Nel 2017 i nati con almeno un genitore straniero sono stati circa 100 mila, più di un quinto del totale, ma dal 2012 diminuisce anche il contributo alle nascite della popolazione straniera. Il numero medio di figli delle donne straniere resta più elevato di quello delle donne italiane (1,95 figli per donna rispetto a 1,27), ma diminuisce per effetto di una struttura per età più “vecchia” rispetto al passato e per i cambiamenti nella dimensione e composizione dei flussi migratori. Siamo uno dei paesi più longevi al mondo: un neonato di oggi ha un’aspettativa di vita che sfiora gli 81 anni se è maschio e di 85 se è femmina. Tuttavia, in presenza di un calo di natalità, aumenta lo squilibrio demografico: con quasi 170 anziani (persone di almeno 65 anni) ogni 100 giovani (tra 0 e 14 anni), l’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo dopo il Giappone. Il saldo migratorio, positivo da oltre vent’anni ma in progressivo calo, è in lieve ripresa negli ultimi due (+184 mila nel 2017). Nello stesso arco di tempo, le emigrazioni per l’estero invece sono triplicate, da 51 a 153 mila.

Nel 2017 l’economia italiana ha beneficiato di un contesto internazionale espansivo (3,8 per cento la crescita globale stimata dal Fondo monetario internazionale). Il Pil in volume del nostro Paese è aumentato dell’1,5 per cento, con un’accelerazione rispetto allo 0,9 per cento del 2016. La crescita italiana resta tuttavia inferiore a quella delle altre maggiori economie europee. La stima preliminare relativa al primo trimestre del 2018 indica una variazione congiunturale dello 0,3 per cento, dinamica di poco inferiore a quella dell’Uem. L’aumento del prodotto interno lordo italiano rispetto allo stesso periodo del 2017 è dell’1,4 per cento e la variazione acquisita per il 2018 dello 0,8 per cento. La crescita del prodotto interno lordo e il controllo del bilancio si sono tradotti in un miglioramento degli indicatori di finanza pubblica: l’indebitamento netto è sceso sotto i 40 miliardi di euro, dal 2,5 al 2,3 per cento in rapporto al Pil e il rapporto debito/Pil si è ridotto di due decimi di punto, al 131,8 per cento.

Secondo le previsioni della Commissione europea, nel 2018 in Italia e nell’Uem il tasso di crescita dell’economia si manterrebbe su ritmi simili al 2017, con un incremento del contributo degli investimenti e una riduzione dell’apporto della domanda estera netta. In Italia la crescita del 2017 è stata sostenuta in misura maggiore dalle componenti interne di domanda e, dopo tre anni di impatto negativo, anche la componente estera ha fornito un contributo positivo (+0,2 punti). Gli investimenti fissi lordi sono risultati la componente più dinamica della domanda interna, con un incremento del 3,8 per cento (3,2 nel 2016). Nel confronto con i principali paesi europei si osserva una composizione degli investimenti italiani sbilanciata in favore di quelli materiali rispetto a quelli immateriali. Questi secondi, che includono le spese in ricerca e sviluppo, software e basi di dati, sono una componente essenziale della dinamica della produttività e dunque della capacità competitiva e del potenziale di crescita del nostro sistema produttivo.

Le esportazioni di beni e servizi sono cresciute in volume del 5,4 per cento, confermando l’elevato e crescente livello di competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali; le importazioni del 5,3. In valore, le esportazioni sono aumentate del 7,3 per cento e le importazioni in misura maggiore, dell’8,6 per cento. Questo andamento riflette il peggioramento delle ragioni di scambio dovuto all’aumento dei prezzi all’import, in particolare del petrolio.

Nel 2017, l’espansione dell’attività economica ha interessato tutti i settori produttivi, a eccezione dell’agricoltura: l’aumento del valore aggiunto è più marcato nell’industria in senso stretto (+2,1 per cento), sostenuto nell’insieme delle attività dei servizi (+1,5), moderato nelle costruzioni (+0,8). L’input di lavoro (monte ore lavorate) è aumentato di poco più dell’1,0 per cento e la produttività oraria dello 0,4 per cento (+0,6 per cento se si considerano i soli settori dell’economia di mercato). Nel biennio 2015-2016 l’economia torna a crescere nel Mezzogiorno, dopo sette anni di contrazione: il Pil in volume aumenta del 2,4 per cento, un valore superiore a quello medio nazionale (+1,9 per cento).

Nel 2017, gli occupati superano i 23 milioni (265 mila in più e +1,2 per cento rispetto al 2016) e il tasso di occupazione sale al 58 per cento, valore prossimo a quello massimo raggiunto nel 2008 (58,6 per cento) ma inferiore di oltre 9 punti alla media europea. I disoccupati sono 2,9 milioni e il tasso di disoccupazione scende all’11,2 per cento (era 11,7 per cento nel 2016). Considerando anche le forze di lavoro potenziali, le persone che vorrebbero lavorare superano di poco i 6 milioni. La crescita dell’occupazione è proseguita, seppure in misura lieve, nel primo trimestre del 2018, interessando soprattutto la componente giovanile e quella maschile. L’incremento del 2017 è relativamente uniforme sul territorio nazionale, riguarda ancora una volta soprattutto le donne (+1,6 per cento contro +0,9 degli uomini) e, per il secondo anno consecutivo, aumentano gli occupati nella fascia tra i 15 e i 34 anni (+0,9 per cento). Tuttavia, occorre sottolineare che il Mezzogiorno rimane l’unica ripartizione con un saldo occupazionale negativo rispetto al 2008 (-310 mila unità, -4,8 per cento); il tasso di occupazione femminile è inferiore di oltre 13 punti alla media europea (48,9 e 62,4 per cento rispettivamente) e la disoccupazione giovanile molto più diffusa soprattutto nella classe di età 15-24 anni), il cui tasso di disoccupazione resta al 34,7 per cento (rispetto al 16,8 per cento dell’Ue). Il 2017 si caratterizza anche per un incremento del lavoro a termine (+298 mila, +12,3 per cento), che ha interessato soprattutto i residenti nelle regioni centro-settentrionali e i giovani fino a 34 anni. Al tempo stesso si ridimensiona la crescita degli occupati part time, che nel 2017 superano i 4,3 milioni, con un’incidenza stabile sul totale. Prosegue la ricomposizione dell’occupazione a favore del lavoro dipendente, anche a tempo indeterminato, rispetto al lavoro autonomo. L’aumento dell’occupazione è diffuso, in misura diversa, a tutti i settori economici e per la prima volta torna a crescere anche l’occupazione nelle costruzioni (+0,9 per cento). Secondo analisi microfondate condotte dall’Istat, nel triennio 2015-2017 l’espansione dell’occupazione è trainata dalle imprese con maggiore dotazione di capitale umano e a più intensa propensione innovativa. Una valutazione complessiva dell’interazione tra sviluppo produttivo, condizioni di vita, politiche pubbliche e benessere, equità e sostenibilità è offerto dal quadro dei 12 indicatori di monitoraggio sulla situazione socio-economica e ambientale.

La prospettiva delle reti

Il quadro che emerge dai dati congiunturali mostra il consolidarsi della ripresa economica, seppure con intensità diverse nei territori e nei diversi gruppi sociali. La chiave di lettura delle reti e delle relazioni consente di approfondire l’analisi sulla società italiana attraverso una prospettiva innovativa. Le persone sono coinvolte in una pluralità di sistemi di relazione e reti di diversa natura, cui partecipano con intensità variabile, anche in corrispondenza delle diverse fasi della vita, della struttura familiare, della condizione sociale, dell’attività lavorativa, del reddito.

Il lavoro e le reti

La relazione tra reti e lavoro opera in entrambe le direzioni: da una parte, essere occupato offre un vantaggio consistente in termini di disponibilità di una rete di sostegno ampia; dall’altro, le reti informali svolgono una funzione importante nelle strategie di ricerca del lavoro. Le reti di intermediazione utilizzate possono essere più o meno formali, combinando diversi soggetti istituzionali (centri per l’impiego, università, altre agenzie di intermediazione) e reti informali di parenti, amici o conoscenti. Dall’indagine sulle Forze di lavoro risulta che quasi il 90 per cento delle persone che nelle quattro settimane precedenti l’intervista ha fatto qualche azione di ricerca di lavoro attiva reti informali. Tuttavia, raramente ci si limita a utilizzare un solo canale di ricerca; più spesso se ne combina più d’uno (la metà si avvale di due, e il 30 per cento di tre). Una rete di relazioni più ampia, costituita anche dagli ex-colleghi, risulta utile all’orientamento su dieci (specie di piccole dimensioni) dichiaravano di aver selezionato candidati individuati in modo informale (conoscenze personali del titolare, segnalazione di amici e parenti, curriculum ricevuti).

Tra i laureati del 2011 occupati nel 2015 la modalità più efficace per trovare lavoro è l’inserzione o l’invio del proprio curriculum (circa un terzo). Un quarto dichiara di aver trovato lavoro ricorrendo al canale informale. Una valutazione sintetica sulla qualità del lavoro svolto indica che il canale informale è meno “redditizio”: quando l’inserimento lavorativo avviene dopo la segnalazione di familiari o amici, l’impiego è caratterizzato da retribuzioni più basse e si rivela meno stabile, appagante e coerente con il percorso di studi concluso. Infine, l’incidenza di giovani fino a 34 anni che dichiarano di svolgere un lavoro per il quale sarebbe sufficiente un titolo di studio più basso rispetto a quello posseduto è massima (sia tra i diplomati, sia tra i laureati) qualora il lavoro venga trovato ricorrendo alla rete di parenti, amici e conoscenti. Alla luce di questi dati il rafforzamento dei servizi per l’impiego rappresenta un elemento cruciale per realizzare politiche attive del lavoro efficaci, anche con riferimento alle misure di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale.

Le imprese nelle reti

Anche le imprese operano in rete, stabilendo rapporti tra loro per l’acquisizione e cessione di semilavorati, accordi formali e informali, costituendosi in gruppi d’impresa, formando catene del valore. La struttura produttiva italiana è caratterizzato da una fitta rete di relazioni fra imprese, di natura sia formale sia informale. Nel Rapporto, si analizzano queste reti d’impresa secondo varie dimensioni d’analisi: il numero e la varietà delle relazioni intrattenute, l’ampiezza dei soggetti coinvolti, l’estensione spaziale, le strategie d’impresa sottostanti e gli effetti che ne derivano. Rispetto a quello tedesco, utilizzato come termine di riferimento, il sistema economico italiano attiva una rete di relazioni comparabile per dimensione, ma meno favorevole alla circolazione delle innovazioni per il relativo isolamento di alcuni settori. Ciò è sostanzialmente riconducibile all’operare congiunto di un modello di specializzazione che pone al centro della rete di relazioni settori a contenuto basso o medio-basso di tecnologia/conoscenza, e di una struttura di scambi frammentata e relativamente chiusa.

La diffusione di imprese in rete è maggiore nel Nord-est e minore nel Mezzogiorno, pur con un divario relativamente contenuto.

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