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Turismo in Italia: numeri e potenziale di sviluppo – Banca d’Italia

Turismo in Italia: numeri e potenziale di sviluppo – Banca d’Italia

Dic 14, 2018

L’Italia è tra i paesi di più antica vocazione turistica e agli inizi degli anni Ottanta, quando il turismo era limitato ancora a poche destinazioni internazionali, era seconda solo agli Stati Uniti per incidenza sulla spesa turistica globale. L’Italia vanta, inoltre, un patrimonio artistico e di risorse naturali con pochi eguali al mondo: con 54 dei 1.092 siti Unesco, è il primo paese per luoghi riconosciuti come patrimonio dell’umanità. Alle attività turistiche sono direttamente riconducibili oltre il 5 per cento del PIL e oltre il 6 per cento degli occupati del Paese un peso economico comparabile al dato della Spagna e superiore a quello di Francia e Germania. Questi sono alcuni dei dati che emergono dall’ultimo rapporto di Banca d’Italia sul turismo in Italia.

Negli ultimi vent’anni il turismo ha conosciuto una straordinaria espansione a livello mondiale, sostenuta dalla riduzione dei costi di trasporto e dalla crescita dei livelli di reddito anche nelle economie emergenti, che hanno enormemente allargato il bacino dei potenziali viaggiatori. A fronte di queste tendenze globali, la quota di mercato dell’Italia, si è inevitabilmente contratta: dal 7 per cento della spesa turistica mondiale della prima metà degli anni Novanta è scesa sino al 3,4 per cento del 2017. Il calo è stato più intenso per il nostro paese che per i principali concorrenti europei. Tra la fine degli anni novanta dello scorso secolo e l’inizio di questo decennio, la spesa in Italia dei turisti stranieri è cresciuta molto meno non solo della spesa globale dei turisti internazionali, ma anche della domanda potenziale espressa dai paesi d’origine di tradizionale specializzazione per il nostro paese.


Solo dal 2010 si sono registrati alcuni segnali di recupero, in parte favoriti da un miglioramento della competitività di prezzo dall’insorgere di tensioni geopolitiche che hanno scoraggiato i viaggi in diversi paesi concorrenti divenuti a più alto rischio di attacchi terroristici. La spesa degli stranieri in Italia è tornata ad aumentare a ritmi sostenuti (4,3 per cento all’anno in media, a fronte dello 0,8 nel decennio precedente), riducendo sensibilmente il divario di crescita rispetto alla domanda potenziale di servizi turistici, rimasto comunque negativo.
Fra i tratti distintivi di questo recupero si può senz’altro annoverare il rinnovato interesse dei turisti stranieri per le vacanze nel nostro paese: nel periodo 2010-17, la spesa dei viaggiatori internazionali per vacanze culturali è cresciuta di quasi il 9 per cento l’anno. In senso opposto è invece da segnalare la dinamica calante delle entrate turistiche per viaggi d’affari, componente ad alto valore aggiunto della spesa per viaggi, la cui quota sul totale è scesa dal 22 al 14 per cento, risentendo della frenata dell’economia internazionale e ancor più di quella nazionale. L’espansione degli ultimi anni è stata sostenuta soprattutto dai flussi provenienti da paesi al di fuori dell’Unione europea, la cui quota di mercato è salita dal 37 per cento del 2010 al 41,5 per cento nel 2017. Quote crescenti hanno registrato in particolare gli USA, il Canada, l’Australia, il Giappone, e la Cina.


La spesa giornaliera dei turisti extraeuropei è superiore alla media e crescente con una composizione fortemente sbilanciata in favore delle vacanze culturali e verso le città d’arte, caratterizzate da livelli di spesa superiore alle altre tipologie di viaggi di vacanza. Tra i paesi di provenienza europei si segnala soprattutto il recupero della Francia, della Gran Bretagna e soprattutto della Germania, che ha consolidato la sua preminenza come paese di origine dei turisti stranieri in Italia.

LA DISTRIBUZIONE SUL TERRITORIO

La distribuzione della spesa turistica sul territorio nazionale appare più concentrata di quanto non lo siano le risorse turistiche, col rischio di mancato sfruttamento di alcune e di sovrautilizzazione di altre. Le regioni del Nord Est e del Centro intercettano la gran parte dei flussi turistici internazionali, anche grazie alla presenza di Roma, Firenze e Venezia: nel 2017 l’incidenza di queste due macro-aree sulla spesa degli stranieri era del 27 e del 33 per cento, rispettivamente. È soprattutto nel Mezzogiorno però che appare più evidente lo scollamento fra flussi di viaggiatori internazionali e potenziale turistico: sebbene l’area rappresenti il 78 per cento delle coste italiane, ospiti i tre quarti del territorio appartenente a Parchi nazionali e accolga più della metà dei siti archeologici e quasi un quarto dei musei, nel 2017 la spesa degli stranieri nel Mezzogiorno era pari ad appena il 15 per cento del totale, per quanto in miglioramento dal 10 della fine degli anni Novanta.
Anche la spesa dei turisti italiani è notevolmente concentrata a livello geografico, con il Nord Est che assorbe più d’un terzo della spesa totale. Il Mezzogiorno segue con il 25 per cento, grazie ai buoni risultati del turismo estivo e balneare, che in parte compensano un’ancora bassa capacità attrattiva nel turismo culturale, nonostante la ricchezza del suo patrimonio artistico-culturale. Nell’insieme, emergono spazi da sfruttare per trarre pieno beneficio dalle potenzialità del settore, soprattutto nel Mezzogiorno, dove le attività turistiche appaiono ancora relativamente sottodimensionate e dove, dato il ritardo di sviluppo dell’area, maggiori potrebbero essere i benefici in termini d’impatto su prodotto e occupazione.

Lo straordinario sviluppo del turismo mondiale rappresenta in effetti un’opportunità di crescita che il nostro paese può capitalizzare solo a patto di riuscire a governare i rischi di sovraffollamento che vi si accompagnano. In Italia come in altre destinazioni turistiche consolidate, il fenomeno del sovraturismo è fonte di crescente preoccupazione soprattutto per le aree intensamente inurbate, dove esso pone problemi non solo di salvaguardia del patrimonio artistico ed ambientale, ma spesso incide direttamente sulle infrastrutture e sul tessuto urbano, a discapito delle condizioni materiali di benessere della popolazione residente. Le esternalità negative derivanti da fenomeni di congestione, l’aumento del costo della vita per i residenti, gli effetti redistributivi dell’incremento dei valori immobiliari nei centri urbani sono alcune delle conseguenze indesiderate di una presenza turistica di massa.

L’Italia è prima in Europa per numero di strutture ricettive e seconda solo alla Francia per numero di posti letto offerti da strutture professionalmente organizzate. Il numero di posti letto complessivamente a disposizione della clientela è tuttavia molto più ampio se si considerano anche quelli offerti dai privati, sui quali non esistono dati esaustivi, anche per via dell’assenza di obblighi di registrazione omogenei sull’intero territorio nazionale. Confrontando le caratteristiche delle imprese italiane che offrono servizi ricettivi con quelle degli altri paesi europei, il settore turistico italiano mostra, almeno qualitativamente, gli stessi punti di forza e debolezza del resto del settore privato. In particolare spicca il ruolo dominante della piccola impresa, spesso a gestione familiare, e il peso relativamente ridotto di catene alberghiere, in particolare di quelle nazionali. Se si limita il confronto internazionale alle strutture alberghiere, queste risultano di dimensioni più comparabili a quelle degli altri paesi, ma sono gestite da imprese più piccole e più diffusamente distribuite sul territorio. Ciò riflette in parte la minor concentrazione della popolazione italiana e la più ampia diffusione delle aree di interesse turistico nel nostro Paese.

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